Soluzioni tecno per la crisi climatica

Sono tutte di questi giorni, ne faccio un post fiume. Se viene male anche qui, lo taglio in due. La più economica sarebbe la geoingegneria. Cinque anni e mezzo dopo un parere negativo dell’Accademia americana delle scienze, le Accademie americane di Scienza, Ingegneria e Medicina (Asem) hanno pubblicato Climate Intervention. Reflecting Sunlight. un “consensus report” sugli interventi teorizzati da un ventennio per frenare il riscaldamento globale intercettando parte della radiazione solare in arrivo

  • spargendo aerosol riflettenti (solfati, principalmente) ad alta quota;
  • aumentando le nubi riflettenti a bassa quota sopra i mari;
  • assottigliando in alta quota le nubi (cirri) che assorbono calore.

Alcuni giornali – N.Y. Times per dirne uno – sono usciti con:

  • Gli scienziati sono a favore di un’idea ritenuta a lungo stravagante: riflettere i raggi del Sole.

In realtà, a parte qualche proprietario di start-up incoraggiato da Bill Gates, gli scienziati la pensano esattamente come nel 2015. Si son incavolati in parecchi con i titolisti dei giornali. Tanto più che il comunicato stampa delle Nasem era chiaro già dal titolo:

  • Un nuovo rapporto dice che gli USA devono fare cautamente ricerca in geoingegneria solare per capire meglio le opzioni per rispondere ai rischi del cambiamento climatico.

Il primo paragrafo ripete il concetto, dice che bisognerà organizzare una collaborazione e un consenso internazionale e

  • sottolinea che la geoingegneria solare non è un sostituto per la riduzione delle emissioni di gas serra.

La cautela è ribadita nella sintesi (Report in Brief) secondo la quale la prima di buttarsi nella geoingegneria, servono studi anche economici, politici e sociologici ecc. che per ora non esistono. E i punti chiave (Highlights) finiscono così

  • Le raccomandazioni del rapporto si concentrano su una fase iniziale, esplorativa, di un programma [quinquennale] di ricerca. Tale programma potrà continuare o espandersi sul lungo periodo, ma anche ridursi nel tempo, con alcuni o tutti i suoi elementi terminati se la ricerca iniziale suggerisce forti ragioni per non adottare la geoingegneria solare.

Di ragioni “strong”, ne avrei già qualcuna io:

  • per essere efficace il “marine cloud brightening” richiederebbe, oltre a condizioni meteo favorevoli alla diffusione delle nuvolette brillanti sopra tutto il pianeta, una gigantesca flotta di nebulizzatore d’acqua di mare in giro per gli oceani;
  • i solfati sono degli inquinanti, causano piogge acide nocive per la salute umana e dell’ambiente, e per l’agricoltura, e un’acidificazione degli oceani più grave di quella in corso.

Dell’effetto, dove, quando, quanto, dei cirri dello spessore attuale sulle temperature medie globali, si sa poco o niente. E’ pure scritto nel rapporto. Sarebbe comunque il caso di far ricerca, mi sembra, per meno dei $100-200 milioni previsti per l’intero programma.

Come al solito non datemi retta, se il tema v’interessa leggete piuttosto il post di Michael Mann, l’articolo di Paul Voosen su Science o di Bob Berwin per Inside Climate News o di Damian Carrington del Guardian.

Immagine
Secondo Cimpy, “un’immagine ad articolo non guasta”

L’opzione nucleare

Avevo scritto dei piccoli reattori modulari (Smr) come quelli della NuScale ad acqua leggera – progettati inizialmente per emergenze umanitarie – quando girava voce di un “rinascimento”, poco prima Fukushima Dai-ichi. Quando si dice hubris

Nel 2020 girava di nuovo, anche in Italia. A quanto pare ci sono stati grandi progressi, i NuScale potrebbero addirittura venir prodotti in serie dal 2027, costare noccioline e risolvere la crisi climatica.

Giovedì scorso, due esperti dell’Environmental Working Group, un’Ong simpatica, si sono detti molto scettici. Invece David Hess, della lobby World Nuclear, è entusiasta (h/t David Roberts del quale mi fido di più, ma non si pronuncia).

Flattery will get you anywhere

In Italia, degli ingegneri del GSVIT ritengono che la transizione italiana all’eolico e al fotovoltaico entro il 2050 avrebbe costi “esorbitanti”. Ho qualche dubbio sulle loro stime trilionarie, ma nel piano decennale che mi hanno mandato non c’è la fonte.

In sostanza, e in attesa che pubblichino tutto sul sito del GSVIT, si tratta investire nella ricerca di reattori al torio e sali fusi –  l’uranio che serve all’avvio viene poi “digerito” dal reattore. La tecnologia esiste dagli anni ’50, va aggiornata anche per renderla più flessibile in funzione delle oscillazioni della domanda:

si stima che il costo di tale ricerca, della durata di 10 anni, compresi tutti i costi della costruzione della centrale dimostrativa della potenza di 10 MWt e del suo test per almeno 4 anni, nonché la progettazione dettagliata di una centrale operativa della potenza di 100 MWe sarebbe dell’ordine di 2 miliardi di euro.

I fondi Next Generation EU escludono l’energia nucleare, ma gli ingegneri del GSVIT pensano che il progetto sarebbe fattibile se scienziati e politici si mettessero a discuterne seriamente e senza pregiudizi.

Cosa ne penso? mi chiede gentilmente uno di loro (come se fossi in grado di dare un giudizio sensato invece di fare domande stupide).

Sono per la discussione perché tutte le soluzioni vanno valutate – e per la ricerca in generale. Ma quali politici dovrebbero discutere con quali ricercatori competenti se in Italia non si progetta un reattore da mezzo secolo? (Ci sono climatologi italiani pro-energia nucleare, Dario Camuffo per esempio, ma dubito che se n’intendano di centrali nucleari.)

Come James Hansen (a proposito, ha finito di scrivere la sua autobiografia), preferirei reattori che riciclassero il plutonio delle testate nucleari… Si potrebbe mica usare come innesco al posto dell’uranio?

Già. E un unicorno rosa, no?

La variabilità delle fonti rinnovabili va tamponata, non ci piove, e di questo passo si costruiranno centrali a metano fino al 2100, altro che restare entro +2 °C. Però perfino le riviste non specializzate che leggo io riferiscono progressi costanti delle batterie da accumulo.

Siccome la variabilità è locale, non sarebbero meglio i piccoli reattori modulabili come quelli di NuScale, ma al torio? O dove è necessaria molta potenza, tipo i cementifici o le acciaierie?

Il problema maggiore, imo, è che l’energia nucleare richiede fiducia nell’onestà e la competenza dell’amministrazione pubblica. Scarseggia, mi pare. Non solo per Berlusconi che, raggirato da Sarkozy, firmava l’acquisto di 8 centrali francesi nessuna delle quali entrate in funzione. O le campagne del Vaffa e l’uno vale uno. O per l’opaca gestione della Sogin che da una vita ci fa spendere miliardi con la bolletta dell’elettricità senza riuscire a dismettere una sola centrale né trovare un buco per le scorie.

Cari ingegneri del GSVIT, avete visto chi è il ministro incaricato di riformare l’amministrazione pubblica? Quello che sperava di vincere un premio Nobel per l’economia, copiando i libri altrui

(Meglio i link in grassetto o si vedono bene anche senza?)

3 pensieri riguardo “Soluzioni tecno per la crisi climatica

  1. Scusa l’OT, ma noto con dispiacere che Pasini ha dovuto chiudere i commenti del suo blog, infestati da troll, disturbatori e divagatori. Era nell’aria da tempo, purtroppo non avendo il tempo di fare moderazione non aveva molta scelta, e bisogna riconoscere che ha pazientato parecchio prima di arrivare a questa decisione. Ora spero di non rivedere quei signori su Climalteranti…

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  2. “spargendo aerosol riflettenti (solfati, principalmente) ad alta quota”

    Magari poi verrà fuori che può essere un’idea geniale e pienamente fattibile (mah!), però mi pare che il primo effetto sicuro sia quello di dar corpo ai sostenitori delle scie chimiche…

    Reattori nucleari.
    Quelli del GSVIT sono bravi, però a chiunque mi dica “è sicuro” vorrei ricordare che nessuno ha mai detto, costruendo una centrale, “rischi ce ne sono”.

    Può essere che non avremo scelta e che quindi accetteremo i rischi per mancanza di alternative.
    Intanto però propongo più biciclette per tutti

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